Una riflessione sulla 194

Un volontario CAV esprime le sue idee sulla 194, in margine al convegno “L’interruzione di gravidanza nella relazione 2021 al Parlamento” (11 febbraio 2022, Aula Magna dell’Università di Pavia).

Pur non essendo io né medico né giurista, mi sia consentito di intervenire su questo sensibile argomento da semplice cittadino, nella convinzione che le leggi da un lato recepiscono e codificano l’evoluzione intervenuta nella società e dall’altro ne condizionano e indirizzano l’evoluzione futura.

Su “7”, il settimanale del venerdì del Corriere della Sera, del 4 febbraio Roberto Saviano interviene sul diritto di accedere all’aborto, diritto che viene in pratica negato in alcuni ospedali per il fatto che il 100% dei ginecologi è obiettore di coscienza. Secondo Saviano “non è accettabile proporre elenchi alternativi di strutture dove l’aborto si può praticare”: ogni ospedale deve poterlo fare.

A me però non sembra così grave il fatto che da una struttura ospedaliera si debba dirottare ad altra struttura chi chiede l’aborto. Non tutti gl’interventi si praticano in ogni ospedale per evidenti ragioni tecniche ed organizzative; non puoi pretendere che in ogni ospedale si facciano il trapianto di cuore o altri interventi di questo livello. Se occorre ti rivolgi dove quel particolare intervento viene praticato.

Il problema però si porrebbe se tutti i ginecologi fossero obiettori, il che per ora non è. Li si dovrebbe obbligare a praticare l’aborto? Se sono obiettori, significa che vedono nel feto una persona umana e si rifiutano di sopprimerla. Del resto non è una posizione innovativa. C’è già nel giuramento di Ippocrate del IV secolo a.C.: “Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale …; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l’aborto.”

Il diritto, che Saviano richiama, discende dalla legge n. 194 del 1978, che fu introdotta, come dice lui stesso, “per salvare la vita a migliaia di donne che fino ad allora abortivano senza garanzie di sopravvivenza”. Fu la ragione per cui anche molti antiabortisti votarono quella legge: era la scelta del minor male. Infatti che l’aborto in sé sia un male lo riconosce anche la legge citata, che stabilisce le “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Infatti all’art. 2 recita: “I consultori familiari … assistono la donna in stato di gravidanza: … contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.” E all’art. 5 ribadisce: “… hanno il compito … di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza …”.

Non solo, ma procurare l’aborto al di là del limite dei 90 giorni dal concepimento, si configura come reato ed è sanzionato come indicato agli art. 18 e 19 della legge. Mentre l’art. 6 specifica le eccezioni a questa norma. “L’interruzione volontaria della gravidanza (IVG), dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:

    a)  quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;

    b)  quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.”

Ma nei primi 90 giorni l’IVG è consentita dalla legge, che ne codifica le modalità, prevedendo l’accesso ad un consultorio o struttura abilitata (art. 4), che (art. 5) “… devono promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna … “… “Se non viene riscontrato il caso di urgenza…, il medico del consultorio … le rilascia copia di un documento …, attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta e la invita a soprassedere per sette giorni”, trascorsi i quali la donna può presentarsi presso le sedi autorizzate per procedere con l’IVG. Dal testo emerge come dovuta alla donna la massima attenzione e tutto l’aiuto possibile.

E altrettanta attenzione la legge dedica all’obiezione di coscienza nell’art. 9, che ne regola l’esercizio e la nega quando “l’intervento è indispensabile per salvare la vita della donna…”.

Nell’insieme mi pare si configuri una legge equilibrata, che, tenendo in giusta considerazione la vita del concepito, non si nasconde le problematiche della situazione socio-sanitaria dell’epoca, in qualche misura tuttora attuali.

Resta da verificare come la legge venga applicata e a questo scopo annualmente il Ministero della salute redige per il Parlamento una “Relazione … sull’attuazione della legge 194/78 …”. Sulla relazione redatta nel 2021 in data 11/02/2022 è stato tenuto nell’Aula Magna dell’Università di Pavia un convegno organizzato da Federvita Lombardia, Unione Giuristi Cattolici e Centro Aiuto alla Vita di Pavia. I vari relatori, prendendo spunto dai dati della relazione, hanno trattato diversi aspetti della legge 194: dai principi ispiratori della legge al sempre maggior ricorso all’aborto farmacologico, dai rischi fisici e psicologici connessi all’IVG alla preoccupante denatalità nel nostro paese, dalla carenza di supporto materiale e psicologico alle donne in difficoltà al progetto non codificato di adozione alla nascita.

Mi limito a ricordare che dalla relazione citata risulta che nel 2019 le IVG in Italia sono state 73.207 con una costante diminuzione rispetto agli anni precedenti, diminuzione alla quale ha verosimilmente contribuito anche il ricorso alla contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo). Un elemento positivo emerge dai dati raccolti dai consultori familiari, che a fronte di 44.553 colloqui per IVG hanno rilasciato 31.505 certificati di accesso all’IVG: ciò significa che in 1 caso su 3 i consultori sono riusciti ad attivare forme di aiuto che, nello spirito della legge, hanno rimosso le cause che portavano la donna all’IVG, consentendo la nascita di 13.000 bambini.

Durante tutta la durata del convegno all’esterno dell’aula è continuata una rumorosa manifestazione di protesta da parte di gruppi abortisti, tra cui “Non una di meno”, con slogan diffusi con megafoni e scritti su rosei striscioni del tipo: “L’aborto non si tocca: è nostra libertà – Fuori la Chiesa dall’Università” oppure “Verso l’8 marzo transfemminista – Scioperiamo l’antiabortista!” o ancora (poco attinente all’argomento del convegno, ma ampiamente condivisibile anche da chi era dentro l’aula) “Siamo contro ogni frontiera – Asilo, sostegno e accoglienza vera”.

Mi dispiace che qualche rappresentante di questi gruppi abortisti non abbia ritenuto di intervenire nel dibattito del convegno portando il proprio contributo di idee in un confronto aperto e rispettoso delle diverse posizioni. Mi sembra di poter concludere ripetendo che quella che è ampiamente conosciuta come la “legge dell’aborto” non è tout court abortista, ma finalizzata alla “tutela sociale della maternità”, e, sembrerà un paradosso, ma, al di là degli slogan, è difesa ed invocata più dal cosiddetto fronte pro-life (non necessariamente cattolico) che non dal variegato fronte della indiscriminata laica (!) libertà.

Giuseppe Olivero