Il miracolo di un santo per la vita

Che bei ragazzi. Lei è Rosa, una napoletana ventiduenne bionda con gli occhi azzurri: saranno i Normanni… Lui è Michele, un lombardo con occhi e capelli scuri scuri: il mondo capovolto. Si presentano al consultorio molto determinati: vogliono la certificazione per abortire. Noi come ente facciamo obiezione di coscienza alla 194, ma questi ragazzi hanno il diritto di essere ascoltati, lo prevede la stessa legge, che anzi invita a fare di tutto per aiutare chi vuole abortire a “superare le difficoltà” che spingono in quella direzione. Ma poi c’è un’altra cosa: un colloquio serio non lo si nega a nessuno. Questione di professionalità. Sentiamoli allora. Nessuno dei due ha un’occupazione stabile, non hanno una casa e vivono con la madre di lui. I genitori della ragazza “normanna” sono in America per motivi di lavoro. Parlando con loro provo la stessa impressione che qualche volta mi fanno i ragazzi di oggi: cincischiano, sono immaturi, un po’ bamboccioni. Ma c’è del buono in loro. Intanto, la loro relazione dura da due anni, dunque può dirsi stabile. E poi mi sembra proprio che, magari in modo confuso, sentano l’importanza di essere coppia, quel senso direlazione che è da sempre un potente antidoto alla solitudine esistenziale. Faccio leva proprio su questo. Con ogni cautela mi permetto di suggerire che, come l’aborto non di rado incrina la stabilità della coppia, così un figlio può renderla ancora più salda, farla maturare… Tiro fuori poi la parola “responsabilità”, verso il concepito e verso loro stessi:  «non si scappa dinanzi alla prima difficoltà, ma la si affronta con coraggio, anche con il coraggio di chiedere aiuto». Michele non dice nulla; Rosa invece è scostante, come non volesse mettere in discussione una decisione già presa e metabolizzata. Tanto che, quando al termine del colloquio la invito – se lo desidera – a fare un’ecografia di controllo, mi risponde brusca: «No no no…» Li ricordo bene, quei tre no così sonori! Li accompagno all’uscita. Nell’anticamera c’è la targa che ricorda il servo di Dio Giancarlo Bertolotti, il ginecologo innamorato delle mamme e dei bambini al quale il consultorio è dedicato. Se ne accorge il ragazzo, che se ne mostra sorpreso. «Lo ha conosciuto?» faccio io. «È il ginecologo che mi ha fatto nascere». Mi sembra insieme contento e turbato. Se ne vanno. Silenzio per diversi giorni, ma la settimana successiva improvvisamente me li trovo davanti, loro due e la madre di Michele. Era successo che, arrivati a casa, ne avevano appunto parlato con la madre, completamente all’oscuro della situazione. Non era stato facile per Rosa, titubante a chiedere ancora un favore alla “suocera”. Ma aprirsi con sincerità ha fatto evidentemente bene a tutti: prima di tutto ai due ragazzi, che ora sono determinati a tenere il loro bambino. Giunti al settimo mese di gravidanza, volano in America per dirlo ai genitori di Rosa, sorpresi ma felici del piccirillo in arrivo. Che nasce là, fruendo dunque della doppia cittadinanza. È una bambina e si chiama Giorgia. Poi tornano in Italia. Vengono in consultorio per la visita e il percorso post parto. Parliamo ancora a lungo. Dimostrano di avere acquisito una piena consapevolezza della maternità/paternità, e ora mi appaiono davvero persone diverse, più complete. Di certo io non li mollo e, con l’attiguo Cav, già siamo all’opera per aiutarli ancora. Anche così nasce una famiglia.

Laura